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Violenza contro le donne e psicoterapia

Aggiornamento: 8 apr 2019


La scelta di occuparsi di uomini maltrattanti e violenti contro le donne nel contesto di una psicoterapia strutturata, pone diversi interrogativi contrastanti sul piano sociale, giuridico e morale. Il timore è quello che la psicoterapia possa in qualche modo giustificare la violenza contro le donne, offrendo un’attenuante sul piano giuridico, una forma di accoglienza sul piano sociale e di comprensione sul piano morale, mettendo così in atto un’ingiustizia grave contro le vittime, legittimando, in qualche modo gli autori. 


Il fenomeno è così grave e crudele, che si potrebbe preferire una risposta esclusivamente penale agli atti di violenza contro le donne. Purtroppo però, come anche la cronaca ci mostra quasi quotidianamente, la soluzione esclusivamente penale non risolve il problema e sembra acuirne la gravità, dal momento che molte misure cautelari sono di lieve entità e inaspriscono la percezione persecutoria che questi uomini scaricano sulle loro compagne, mogli ed ex mogli.


Allora la sola misura penale può, involontariamente, attivare l’escalation che porta al femminicidio. Si evade dai domiciliari, si cova il rancore nel silenzio della cella, aspettando di uscire e quella violenza che sembrava adeguatamente punita secondo le leggi vigenti, diventa la ferocia che non può più trovare una misura umana che la controbilanci. Perché una volta che una donna è morta, è morta e la sua morte peserà sui figli, quando ci sono, ma anche su una società che condanna a parole la violenza contro le donne, ma parallelamente persevera in posizioni maschiliste, senza trovare una soluzione adeguata ad un problema molto profondo e complesso.

Forse i dubbi giuridici, sociali e morali su quanto sia opportuna o inopportuna la psicoterapia per gli uomini violenti contro le donne, scaturiscono da una delicata questione tecnica della psicoterapia. La psicoterapia offre un contesto protetto, di accoglienza, rispetto, comprensione e segretezza.


È giusto offrire tanta cura a chi ha abusato psicologicamente, fisicamente e sessualmente di una o più donne? Allo stesso tempo, è utile negare tanta cura a chi ne ha così tanto bisogno? Quale è la forma più efficace di tutela delle donne, quella per cui spesso, nonostante le innumerevoli segnalazioni, querele e denunce, vengono comunque perseguitate e uccise, o quella per cui, accanto alle misure cautelari disposte dai giudici, si affianca e si integra un lavoro di elaborazione delle radici profonde di questo comportamento, di questa posizione interna che usa le donne come capri espiatori di angosce inelaborabili e mostruose? Come fa un uomo, che pure è stato bambino ed è stato partorito da una donna, a diventare un uomo abusante e violento contro le donne?


Le violenze contro le donne sono tante e tanti e diversi sono tra loro gli uomini che agiscono tali violenze. Non è utile dare risposte massimaliste. L’attività clinica ci permette costruire l’intervento mirato per ogni specifica circostanza, per ogni specifica persona. Ma, per far questo, è sempre necessario poter accogliere quella persona, riconoscendola come persona. Questa base di accoglienza terapeutica, spesso inaspettata da questi uomini, già pronti ad essere mal giudicati senza alcuna speranza di poter essere guardati come esseri umani, ma già sicuri di venir giudicati solo come dei mostri, è la base che permette a queste persone, chiuse come lamiere di ferro incandescente e tagliente, di cominciare ad aprirsi, a raccontare, a mostrare come si è arrivati a tanta efferatezza. Un’accoglienza rispettosa di queste persone, permette una prima trasformazione. Essi ritornano ad essere persone e cominciano da subito, nella relazione col terapeuta, a poter guardare la loro violenza dall’esterno.


I primi passi che si muovono in tal direzione, sono proprio caratterizzati dall’incontro delle loro tendenze ad attribuire alle donne le cause della violenza agita. Ma proprio quando incontriamo con loro, con gli uomini violenti, la difficoltà di riconoscere la propria responsabilità nel comportamento violento, cominciamo ad interagire con il loro modo di funzionare e allora possiamo cambiarlo.

Se non siamo i primi ad avere questa fiducia e questa speranza, non potranno mai averla neanche loro e continueranno a sentirsi soltanto dei mostri e chi si sente soltanto un mostro, continua a comportarsi da mostro, anzi si adegua a questo ruolo, a questa etichetta e tende a confermarla nei suoi comportamenti, nelle sue parole e nei suoi sentimenti e pensieri, per non impazzire trovandosi ad essere schedato da tutti in un certo modo, senza esserlo del tutto. Lo stigma di uomo violento, uccide nell’uomo la parte sana che ha bisogno di uscire ed essere coltivata per rafforzarsi. L’uomo violento, allora, non può essere altro che un uomo violento. Così si arriva alle recidive, alle tante segnalazioni, alle tante denunce e ad un certo punto, subito prima o poco tempo dopo la condanna penale, all’omicidio, tentato o riuscito. La relazione terapeutica, allora, è spesso la prima forma di contatto umano che sblocca il circuito della violenza così consolidato nella struttura di personalità di questi uomini.


Essi sperimentano di poter essere compresi e di poter comprendere. Sperimentano che oltre alla violenza esistono la comprensione e il dialogo. Sperimentano l’esperienza di poter usare la mente per gestire la rabbia ed evitare la violenza. Tali livelli di elaborazione sono infatti assenti in tutte le tipologie di uomini violenti, qualunque sia il loro strato sociale e culturale di riferimento. Se non modifichiamo la percezione che questi uomini hanno della donna e del rapporto con essa, non possiamo né prevenire, né curare la malattia della violenza. Nell’alleanza terapeutica, dunque, ciò che sembra un’illecita giustificazione della violenza, diventa Want to add a caption to this image? Click the Settings icon. invece la via maestra per aprire le porte di un mondo interiore tormentato che non può far altro che imporre il proprio inferno all’esterno.


Tale inferno si inscrive nel corpo e nella mente della donna, che diventa l’unico contenitore e l’unica origine del male chetali uomini sentono dentro di sé senza poterne dare rappresentazione mentale. Il corpo massacrato della donna, diventa l’unico dissociato corrispettivo di tale inferno  interiore, quando tanto male non può essere portato in altro luogo che non sia il corpo della donna vittima. L’uomo violento che entra nei nostri studi, ha già portato quella violenza altrove, lontano dalle donne. Ha già portato da noi il suo inferno, un inferno che trova gradualmente le parole per ritradursi in storia, in vissuto, in dolore che non deve più essere inferto ad una donna, ma che può essere vissuto e sostenuto col terapeuta. Nessuno può elaborare il proprio inferno se viene già da prima condannato e solo condannato per il proprio inferno interiore. 


In tal senso, la psicoterapia degli uomini violenti e maltrattanti contro le donne, è fondamentale per prevenire la recidiva, per spezzare un circuito di violenza, ma anche per integrare l’esperienza della condanna penale, che può diventare la cornice di una maggiore, dolorosa, consapevolezza.

Fabio Maria Cilento

Filosofo del linguaggio e Psicologo Clinico



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